SANSCEMO. ANATOMIA DI UNO SCEMPIO

 

 

I numeri del Festival di Sanremo 2026 sono stati annunciati con la solennità riservata alle grandi conquiste nazionali.

 

Secondo le stime elaborate dall'Ufficio Statistica del Ministero del Turismo, l'impatto economico complessivo della 76ª edizione supera i 200 milioni di euro - con una spesa diretta di 44 milioni, di cui 25 assorbiti dalla filiera turistica e 19 dalle attività locali e organizzative.

 

La voce più consistente, tuttavia, non è quella dei soldi che circolano nella città dei fiori durante la settimana del Festival: è quella della "copertura mediatica mondiale", stimata in oltre 101 milioni, cui si aggiungono 48 milioni attribuiti alla "valorizzazione del brand territoriale".

 

La società di consulenza EY spinge le proprie stime ancora oltre, fino a 252 milioni complessivi, con un valore aggiunto paragonabile a un PIL pari a circa 96 milioni e oltre 1.300 posti di lavoro attivati. Il ministro competente ha commentato questi dati con evidente soddisfazione, descrivendo il Festival come "vetrina costante che promuove l'Italia nel mondo".

 

Si può accettare questa fotografia, e insieme chiedersi: quale Italia viene promossa?

 

Perché il paradosso della kermesse sanremese non risiede nei suoi numeri, che sono reali e non trascurabili, ma nel divario sempre più abissale tra il peso economico dell'evento e il suo peso estetico. Tra la macchina industriale dell'attenzione - efficientissima, ben oliata, capace di radunare ogni anno dieci, dodici milioni di persone davanti allo stesso schermo - e ciò che quella macchina produce e trasmette.

 

Siamo nel Paese che ha inventato il melodramma, che ha dato al mondo Verdi e Puccini, che ha trasformato la voce umana in un'architettura di emozione e pensiero.

E ci ritroviamo, ogni anno con crescente puntualità, a celebrare un rito in cui la qualità musicale sembra essere diventata una variabile irrilevante, se non addirittura un ostacolo alla spettacolarità richiesta dal format.

 

Il problema non è il Festival in sé, né la sua funzione di aggregazione popolare, che ha una storia lunga e persino dignitosa.

Il problema è ciò in cui si è trasformato: non più una competizione tra canzoni, ma una gara di visibilità, dove il prodotto musicale è solo il pretesto per una narrazione costruita su altri materiali - l'emozione performativa, la confessione pubblica, il gesto calcolato, la propaganda politica, il pianto tempestivamente collocato nell'arco di un'esibizione.

Non si critica il sentimento genuino, che esiste ed è riconoscibile; si critica la sua banalità, la sua industrializzazione, la sua replicabilità, il fatto che il mercato dell'emozione sia ormai talmente codificato da rendere indistinguibile ciò che è autentico da ciò che è ottimizzato per l'algoritmo delle reazioni.

In questo senso, Sanremo non è un'anomalia ma uno specchio. Riflette una cultura che ha progressivamente smesso di formare il gusto e ha iniziato a soddisfarlo, con la stessa logica con cui si soddisfa una dipendenza: dosi sempre più forti, resistenza sempre più alta, capacità critica sempre più atrofizzata. Il fatto che i report ministeriali celebrino l'evento come strumento di "promozione internazionale" e "vetrina delle eccellenze italiane" senza mai interrogarsi su quale eccellenza venga effettivamente promossa, è la misura di quanto profonda sia la confusione tra valore economico e valore culturale nel dibattito pubblico italiano.

 

C'è qualcosa di rivelatore, in questo meccanismo.

 

Il Festival funziona esattamente come una certa politica: entrambi si reggono sulla logica dell'attenzione breve, dell'emozione istantanea, della narrazione semplice che non richiede fatica interpretativa. Entrambi trasformano questioni complesse - sociali, estetiche, politiche - in slogan fruibili, in gesti iconici, in sequenze adatte alla condivisione. Non è una coincidenza che il palco dell'Ariston e il palco elettorale condividano sempre più spesso le stesse tecniche di comunicazione: la stessa retorica del "popolo", la stessa enfasi sull'autenticità esibita, lo stesso terrore del silenzio e della profondità.

 

Se, come sostengono pedagogisti ed estetologi da Dewey a Nussbaum, l'educazione al bello è inscindibile dall'educazione al pensiero critico - se imparare a distinguere una canzone riuscita da una canzone mediocre è lo stesso gesto mentale che serve a distinguere un argomento valido da una manipolazione - allora ciò che viene consumato ogni sera durante il Festival non è indifferente per la salute cognitiva collettiva. Nutrire per anni una generazione con prodotti culturali costruiti per bypassare il giudizio anziché sollecitarlo è una scelta politica travestita da intrattenimento.

 

I 200 milioni di indotto sono reali. La macchina funziona. Ma chiedersi che cosa produce, oltre ai pernottamenti e alle coperture mediatiche, sembra ormai una domanda fuori moda - o, peggio, fuori mercato.

Ed è precisamente in quel fuori mercato che viveva, un tempo, l'idea stessa di cultura e la capacità di distinguere servitù da libertà.

 

Fulvio Grimaldi

 

Febbraio 2026